Nell’antica residenza dei Granafei-Nervegna, palazzo dalla maestosa architettura tardo rinascimentale, ma che in veste manierista ammiccò a quello stile plateresco poi destinato a essere definito barocco leccese, è in atto dal 10 dicembre sino al 6 gennaio del 2026, la mostra fotografica di Giovanni Potì, dal titolo: “Icone”, ultima narrazione di una trilogia fotografica intitolata “Saeculares Oleas” che comprende il racconto sulla morte degli ulivi salentini causata dal batterio “Xylella”.
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Lo stesso autore afferma che il voler trasformare in icone i resti di quegli ulivi nasce dalla sua incapacità di elaborare il lutto della perdita. E’ il desiderio di eternizzarli in “Eikòn”: immagini di un luogo simbolico, epifanico. In quella pratica di svelamento è come se lo stesso fotografo rinunziasse alla foto-grafia, rinunziasse alla luce fisica per ricercarne una sacra, quella che sgorga dall’interno dell’icona e cogliere la luce increata, teofanica: luce che sgorga solo per chi è in grado di percepirla nell’immanenza della stessa “Coesità” dell’immagine che guarda.

Così, Giovanni Potì, dopo aver documentato fotograficamente il catastrofico scenario della morte degli ulivi, ha voluto, con i brandelli dei corpi morti, creare delle vere e proprie preziose Reliquie. È qui, che per Potì, le reliquie diventano “Utopie”, nel senso che questi oggetti sacri si pro – pongono in un “non luogo” per elevarsi alla “Saggezza dell’Icona”: simbolo astratto, che diviene “Cogitatio”, puro atto del pensiero. Nella tradizione mediterranea, ogni smembramento di un dio che si è umanizzato, che sia Dioniso, Attis, Priapo o lo stesso Cristo, afferma una vita che nella lacerazione, castrazione, sacrificio del proprio corpo, “co – agita” i concetti di Ghenos, Eros, e Thanatos, che se associati, nel concetto della loro circolarità, non possono che farci intuire la propria fine come atto del Limite.

D’altronde, ogni resto, ogni castrazione, ogni pezzo di corpo lacerato, sempre si porge come memoria di un intero, chiusura del cerchio, ricordo della dispersione del molteplice. È la memoria della Cosa priva di un logos che inevitabilmente è destinata a divenire: “Perversione dell’Icona”: immagine che ama solo se stessa e che vive nella, e della sua Aurea, e nell’atto di seduzione genera, in chi la contempla, la dimenticanza di ciò che essa stessa vuole rappresentare. È la stessa perversione dell’icona che genera: “IL DESTINO DELL’ICONA”: Crudele Destino di deteriorarsi nel suo lento morire per tendere, inevitabilmente, a un anonimo reperto archeologico.

Info: Palazzo Granafei-Nervegna
Via Duomo, 20 – Brindisi
Ingresso libero

Testo/Bepi De Finis – Foto/ Giovanni Potì
