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Homepage > TURISMO > MONDO > Ulan Bator fuori dai musei, la capitale che sale sulle montagne
novembre 4, 2026  |  By Marta Abba In MONDO, REPORTAGE

Ulan Bator fuori dai musei, la capitale che sale sulle montagne

APERTURA

Parchi giochi affollati a ogni ora, supermercati al terzo piano, quartieri satellite in costruzione e torri che si arrampicano sulle pendici del Bogd Khan: viaggio nella metropoli che ospita metà della Mongolia e che cambia più in fretta di quanto riesca a raccontarsi.

FOTO 1

Mezzanotte passata, in un cortile tra quattro palazzi da venticinque piani. Le gru sono ferme, le finestre ancora accese, e sull’altalena del parco giochi c’è una bambina che si dondola mentre il fratello adolescente, seduto sul bordo della sabbiera, scorre il telefono. Poco più in là un pallone conteso finisce in spintoni. Dal minimarket all’angolo esce il proprietario, separa i litiganti senza alzare la voce e chiude la questione con ravioli e gelati gratis per tutti. Nessuno si stupisce. La scena si ripete, con poche varianti, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Siamo a Ulan Bator, a una mezz’ora di cammino da piazza Sükhbaatar (foto d’apertura) ma lontani anni luce dall’immagine che la capitale mongola offre di sé. Il Museo Nazionale, il monastero di Gandan, i centri commerciali con le insegne in coreano restano alle spalle. Qui comincia la città che le guide non nominano: una foresta di palazzoni, alcuni abitati, altri ancora chiusi nelle impalcature, dove vive la generazione che sta decidendo che cosa diventerà il Paese.

Negozi lungo una strada di 1.235 metri che da Peace Avenue costeggia la riva occidentale del fiume Selbe fino a Narnii Zam
Negozi lungo una strada di 1.235 metri che da Peace Avenue costeggia la riva occidentale del fiume Selbe fino a Narnii Zam

Una capitale per metà del Paese
Ulan Bator occupa lo 0,3% del territorio mongolo ma raccoglie circa metà della popolazione. Secondo i dati presentati dall’amministrazione cittadina, i residenti erano 1.734.097 nel 2024, contro i 497.100 del 1990: in poco più di trent’anni la città si è moltiplicata per tre e mezzo, alimentata da un esodo dalle campagne che dopo la fine del sistema socialista non si è più fermato e che riprende vigore a ogni inverno troppo duro per le mandrie. Qui si trovano quasi tutte le università del Paese e si produce circa due terzi del PIL nazionale. Chi arriva, comunemente, arriva per lavorare o per far studiare qualcuno. È la storia di un’insegnante in pensione che passa i pomeriggi sulle panchine del parco cittadino. Nata nella steppa, si è trasferita in città con tutta la famiglia perché la sorella minore potesse frequentare le scuole della capitale. Da ragazza ha studiato russo, lingua che oggi nelle aule non si sente quasi più. Nemmeno il cinese gode di grande popolarità, racconta, e l’avanzata dei ristoranti cinesi, che in certi isolati hanno superato per numero quelli mongoli, viene vissuta da molti con un fastidio poco nascosto. Lei intanto per qualche settimana l’anno vola in Austria, chiamata da famiglie mongole emigrate che vogliono che i figli, nati e cresciuti in Europa, non perdano la lingua dei nonni.

Mercato
Mercato

Il commercio, in questi quartieri, non sta sulla strada. Sta dentro i palazzi. Al piano terra, ma anche al secondo o al terzo, tra un appartamento e l’altro, si aprono minimarket, parrucchieri, sartorie, quasi sempre aperti giorno e notte. E dentro gli appartamenti nascono nuove attività. Un giovane che gestisce un ostello ricavato nella casa di famiglia, e che all’occorrenza fa anche da guida e da autista, spiega che in tanti stanno facendo lo stesso. Il POS non ce l’ha ancora, così accompagna gli ospiti senza contanti da un’amica che tiene una drogheria a duecento metri: si paga con la carta lì, lei consegna il resto in contanti e aggiunge sempre qualche caramella. A qualsiasi ora.

negozio di quartiere incastonato tra le abitazioni popolari. Uno di quei piccoli esercizi aperti 24 ore su 24, che diventano punti di ritrovo e luoghi di socialità per chi vive into
Negozio di quartiere incastonato tra le abitazioni popolari. Uno di quei piccoli esercizi aperti 24 ore su 24, che diventano punti di ritrovo e luoghi di socialità per chi vive intorno.

Anche i dettagli raccontano una città pensata per chi va di fretta e guarda in basso. I semafori pedonali sono pure per terra: una striscia luminosa lungo il bordo del marciapiede cambia colore insieme alla lanterna tradizionale, a beneficio di chi attraversa con gli occhi sul telefono. Nessun segnale acustico per i non vedenti, invece. Dietro questa vitalità c’è una pressione economica che emerge in ogni conversazione. Secondo l’istituto nazionale di statistica, ad agosto 2026 il prezzo medio del metro quadro di un appartamento nuovo in città ha raggiunto 4,77 milioni di tugrik, con un indice dei prezzi delle abitazioni in crescita del 7,2% su base annua. Nel distretto di Chingeltei, tra febbraio 2022 e la fine del 2025, i prezzi del nuovo sono più che raddoppiati, e gli analisti locali osservano che il costo delle case corre molto più veloce di salari e inflazione. Così, nonostante il patrimonio abitativo si sia moltiplicato, più della metà delle famiglie di Ulan Bator vive ancora nei distretti delle gher, gli insediamenti di tende, casette in legno e mattoni autocostruiti che salgono sulle colline a nord, senza fognature e riscaldati a carbone. Sono loro, in inverno, la fonte principale della cappa di smog che ristagna sulla valle.

Grande mercato
Grande mercato

E poi c’è il Narantuul, il grande mercato che molti chiamano ancora mercato nero, dove si trova letteralmente di tutto, comprese pile di magliette con la scritta “Milano – Italia”, stampate chissà dove e vendute come oggetto di tendenza. Tutto questo succede mentre la politica attraversa una delle sue fasi più instabili. Nella primavera del 2025 migliaia di giovani hanno riempito piazza Sükhbaatar per due settimane, in modo del tutto pacifico, dopo che sui social erano circolate le immagini della vita lussuosa del figlio del primo ministro Oyun-Erdene: borse firmate, anelli, voli in elicottero. Il 3 giugno il premier è caduto, avendo ottenuto in un voto di fiducia 44 voti, lontani dai 64 necessari. Il suo successore, Zandanshatar, è sopravvissuto in autunno a un tentativo di rimozione bloccato dalla Corte costituzionale, ma si è dimesso a marzo 2026, dopo nove mesi, tra accuse di corruzione a un suo ministro e il boicottaggio del parlamento da parte dell’opposizione. Al suo posto è arrivato Uchral Nyam-Osor, terzo capo del governo in circa un anno, che ha subito parlato di crisi sovrapposte: prezzi dei carburanti, volatilità delle materie prime da cui dipende il bilancio, da carbone e rame, e divisioni interne al partito di maggioranza. Nei parchi giochi la politica non entra, ma nei discorsi degli adulti sì, quasi sempre sotto forma di una domanda sul prezzo delle case.

FOTO 6b

Selbe, la città dei venti minuti
La risposta ufficiale alla pressione demografica si chiama sub-centri: quartieri satellite pensati per alleggerire il centro e per sostituire

gli insediamenti di gher con abitazioni, servizi e posti di lavoro. Il più avanzato è Selbe, nella parte settentrionale della città, lungo l’omonimo fiume. Il progetto, oggi gestito da una società municipale e presentato come “città dei 20 minuti”, copre 158 ettari tra due distretti, Chingeltei e Sükhbaatar. L’idea è che chi ci vive trovi scuola, ambulatorio, negozi e lavoro a un quarto d’ora di cammino. La prima fase prevede 8.575 appartamenti, con l’obiettivo di arrivare a ospitare oltre diecimila famiglie; sul sito del progetto le consegne dei diversi lotti sono indicate tra il secondo e il quarto trimestre del 2027.

FOTO 7
La storia di Selbe, però, comincia molto prima dei rendering. Il programma di riqualificazione dei distretti delle gher finanziato con prestiti della Banca Asiatica di Sviluppo è stato approvato nel dicembre 2013 e ha portato strade, canali contro le alluvioni, una centrale termica, reti idriche e fognarie, un asilo da 240 posti e un incubatore d’impresa. Per fare spazio alle infrastrutture sono state trasferite centinaia di famiglie, e nel dicembre 2020 al meccanismo di reclamo della banca sono arrivate le proteste di residenti che contestavano le modalità della riqualificazione. È il nodo che resta irrisolto: nei distretti delle gher ogni famiglia possiede un lotto recintato, il khashaa, spesso l’unico bene di valore. Trasformarlo in un appartamento in un condominio significa cambiare il modo di abitare, il rapporto con la terra, la possibilità di tenere qualche animale o di allargare la casa quando arriva un figlio. Le torri di Selbe promettono aria più pulita e servizi, ma chi riuscirà davvero a restarci, e a quali condizioni, è una domanda a cui i documenti ufficiali non rispondono.

Mercato
Mercato

Sul lato opposto della città, nel distretto occidentale di Songinokhairkhan, il governo ha deciso nel maggio 2024 di istituire la zona economica speciale Agro-city. Nelle intenzioni dovrebbe diventare un polo di serre, magazzini e industria alimentare e leggera, per ridurre le importazioni di cibo e produrre per l’export, con un piano urbanistico da città satellite e infrastrutture da costruire per fasi. In un Paese dove l’agricoltura ruota ancora intorno all’allevamento nomade e dove una parte importante della verdura arriva dall’estero, l’obiettivo ha una logica. Resta da capire quanto di quel progetto esista già al di là delle delibere. Qualcosa, intanto, lo dice l’indirizzo: l’ufficio che amministra la futura città agricola ha sede all’ottavo piano di una torre in pieno centro, sull’anello stradale interno.

FOTO 6

Le torri sulla montagna
Per capire dove va Ulan Bator bisogna guardare a sud, verso il Bogd Khan Uul, la montagna che chiude la città oltre il fiume Tuul. È considerata sacra almeno dal XII secolo, è protetta formalmente dal 1778, più di un secolo prima di Yellowstone, ed è riserva della biosfera UNESCO dal 1996. Sulle sue pendici, attorno alla collina di Zaisan e al suo memoriale sovietico, negli ultimi due decenni sono sorti complessi residenziali con scuole private, palestre e locali, in un’area che il piano regolatore degli anni Novanta destinava al turismo e al tempo libero. La stampa mongola ne ha scritto a lungo, chiedendosi chi avesse firmato le concessioni in zona protetta; nel frattempo i cantieri hanno continuato a salire.

FOTO 9

Basta alzare lo sguardo da quasi ogni punto della città per vederle: grigio su verde. Torri di vetro e cemento che risalgono il versante tra i boschi di larici, con le strade d’accesso tagliate nella collina e altre gru già piantate più in alto. A gennaio 2026, all’interno della riserva, ha aperto anche il primo resort di lusso del Paese, su una tenuta privata di quasi quattordici ettari, con dieci tra ristoranti e bar e una sala sigari affacciata sullo skyline. A chiedere in giro chi viva lassù, la risposta è quasi sempre la stessa, accompagnata da un mezzo sorriso: “gente ricca”. Il panorama, però, c’entra fino a un certo punto. D’inverno lo smog delle gher ristagna nella conca, e chi può permetterselo sale, letteralmente, sopra la nuvola.
Restano aperte domande che nessun cantiere chiude. Le proiezioni delle Nazioni Unite stimano che l’agglomerato urbano supererà i due milioni di abitanti entro il 2050, in una metropoli che già oggi concentra circa 1,7 milioni dei 3,5 milioni di cittadini mongoli. Non è chiaro se i sub-centri come Selbe riusciranno ad assorbire questa crescita o se finiranno per diventare un altro segmento del mercato immobiliare, accessibile solo a chi ha già un mutuo. Non è chiaro se un governo che cambia premier a ogni stagione riuscirà a seguire piani che richiedono decenni, né se il paesaggio sacro che ha protetto la città per otto secoli reggerà alla pressione di chi vuole guardarla dall’alto. Intanto, nei cortili tra i palazzoni, a mezzanotte, qualcuno continua a dondolarsi sull’altalena, e il negoziante tiene il congelatore dei gelati sempre pieno.

Testo e foto/Marta Abbà – Foto d’apertura, Sükhbaatar Square, la piazza centrale di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, dedicata all’eroe della rivoluzione mongola Damdin Sükhbaatar


 

 

 

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