Agosto è per definizione il mese delle vacanze, coi ritorni ai paesi natii di tanti emigranti per rivedere parenti e amici, luoghi della memoria e affetti ormai scomparsi. Il perché è semplice: ad agosto si celebrano gran parte delle feste patronali e sagre che caratterizzano il nostro territorio e non solo. Infatti, eventi di questo genere si svolgono in migliaia di luoghi in Italia, ma anche in Spagna; un accostamento non casuale tra due nazioni per molti versi culturalmente affini, per le reciproche influenze seguite alle dominazioni. Fu così con Romani e Arabi in Spagna, come lo fu, specie in Sicilia, con gli Aragonesi dal XV al XVIII secolo, quando l’Isola fu annessa alla Corona d’Aragona. Il primo a mettervi piede fu Pietro III d’Aragona (1240-1285), intervenuto con il suo esercito durante i “Vespri siciliani”, in aiuto della popolazione che si era ribellata al re francese Carlo I d’Angiò, cacciato a furor di popolo dopo una dominazione quasi ventennale dell’Isola (1266 -1282).

I segni da loro lasciati nell’Isola sono tuttora evidenti, con un legame storico e culturale le cui tracce non si vedono solo in edifici come il Castello Grifeo di Partanna o nella similitudine dei tanti termini d’uso comune, ma emergono teatralmente specie nelle celebrazioni di eventi religiosi. Un esempio può essere la “Settimana Santa”, solennità dedicate all’Addolorata e dei Misteri come a Taranto, con interminabili processioni, coi membri della Confraternita del Carmine (li Perdúne) che sfilano scalzi e incappucciati a passo lento (nazzecata). Settimana Santa in cui fanno la loro uscita pubblica statue e simulacri trasportati a spalla, che ricordano scene della passione, morte e resurrezione di Cristo. A Trapani, per esempio, durante la Processione dei Misteri che si celebra dal Venerdì al Sabato Santo, 18 antichi gruppi scultorei e 2 simulacri in legno (XVII-XVIII sec.) vanno in processione avanzando e oscillando a tempo di musica, seguendo il ritmo delle onde marine.

Nella Semana Santa in Andalusia ci sono feste religiose spettacolari che possono durare fino a 10 ore, con migliaia di persone in processione come a Siviglia, dove oltre 60 hermandades (le confraternite) sfilano verso la Catedral de Santa María de la Sede, la più grande cattedrale gotica al mondo. Ma non sono da meno le processioni di Cordova e Malaga, o quella penitente e silenziosa di Granada. Il tutto raccompagnato da canti polifonici e musiche a tema eseguite dalle bande locali. La coreografia è un po’ sempre quella anche da noi, con i fercoli portati a spalla, stendardi sacri, croci velate e crocioni di legno, membri delle confraternite laiche vestiti con le loro tuniche colorate, la mozzetta sulle spalle, il cingolo annodato sulla vita e il cappuccio, indossato per garantire l’anonimato nelle processioni penitenziali.

Modelli fideistici eredità dell’allora reggenza spagnola, “Verità di fede”, di cui erano fervidi assertori, usata come dimostrazione della loro potenza. Specie con un personaggio come Ferdinando II d’Aragona (1479 -1516) detto “Il Cattolico”, che con le sue drastiche riforme statali e religiose portò in Sicilia anche la “Santa Inquisizione”, che – come è noto – di santo aveva ben poco. Tra le ricorrenze religiose più conosciute e attrattive nel centrosud ci sono quelle di Sant’Agata a Catania, San Gennaro a Napoli, Santa Rosalia a Palermo, San Nicola a Bari o Sant’Oronzo a Lecce. Ma come dimenticarsi di Santa Rosa a Viterbo, con la sua “macchina” alta fino a quasi 30 metri e del peso di circa 5 tonnellate, portata a spalle per le strade da 113 Facchini di Santa Rosa?

Benché fosse sotto la Repubblica di Genova, anche la Liguria ha subito le influenze spagnole tra il XVI e il XVII secolo, perché dopo la rottura coi francesi, ci fu l’alleanza con Carlo V d’Asburgo, che tra le tante cariche ricoperte fu anche re di Spagna come Carlo I.
A Recco, città nota per la sua Focaccia con il formaggio Igp, ho potuto visitare presso l’Oratorio di San Martino l’Arciconfraternita di Nostra Signora del Suffragio e toccare con mano abiti e oggetti sacri usati nelle processioni. In primis ho visto la pesante Arca della Suffragina placcata in foglia d’argento, con sopra Nostra Signora del Suffragio, patrona della città. Viene portata in processione l’8 settembre, giorno dedicato alla Natività della Beata Vergine Maria e in cui si svolge anche la storica “Sagra del Fuoco”. A “scortare” l’Arca sono i membri dell’Arciconfraternita, assieme agli altri confratelli liguri coi loro cristezanti, i portatori dei monumentali Crocifissi tenuti in piedi a forza di gambe e braccia, inserendo le basi appuntite in una tasca di cuoio rinforzata attaccata a una robusta imbracatura legata alla cintola.

Certo sono città importanti, ma questo sentimento religioso si esprime anche e specialmente nei piccoli paesi di montagna, borghi antichi, dove dogma, tradizione e credenza popolare sono temi presenti tutto l’anno, come avviene a Longi. Si tratta di un paese dai molti natali (Castrum Longum) in provincia di Messina, con 1.244 residenti che in estate si triplicano. Si trova a oltre 616 metri d’altezza sul versante settentrionale dei Monti Nebrodi, dei quali è considerato la porta d’accesso e il suo territorio si estende dalla sottostante valle del fiume Fitalia coi suoi canyon, fino ai 1300 metri del sovrastante massiccio delle Rocche del Crasto (Monte Krastos). Da qui la costa tirrenica dista circa 13 chilometri in linea d’aria, ma quel mare azzurro molti degli antichi abitanti lo avevano visto solo da lontano, come ebbi a sapere dai racconti degli anziani. Qui nacquero i miei suoceri, poi emigrati a Roma negli anni 60 del 900 come tante altre migliaia di meridionali, nella speranza di dare una vita migliore ai figli.

La Settimana Santa a Longi
I principali momenti di socializzazione collettiva in questi paesi avvengono soprattutto nelle feste religiose, spesso con scenografie e personaggi degni di film sulla passione di cristo come Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, 1964) o Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli,1977). I riti della Settimana Santa longese sono curati dai membri della Confraternita del Santissimo Sacramento e dai comitati formati da giovani locali, a cui sono affidate le scenografie con più figuranti, come nella rappresentazione dal vivo della Via Crucis. La Domenica delle Palme i membri della Confraternita “mettono in scena” la Processione degli Apostoli, dove 12 di loro in tunica bianca sono gli apostoli fedeli e quello in tunica gialla Giuda Iscariota. Il Giovedì Santo gli stessi membri, nella cappella dell’Addolorata, danno vita all’Ultima Cena e la mattina del Venerdì Santo il paese si risveglia con lo sferragliare delle catene trascinate sulla strada, seguite dalle processioni penitenziali in cui i confratelli simulano un’auto flagellazione (le discipline), spostandosi nei vari rioni per le cerche (la visita ai Sepolcri), intonando canti polifonici della Passione in latino, come il Miserere.

L’apice si tocca alla sera, nel silenzio sofferto della Processione del Cristo Morto e dell’Addolorata, rischiarata solo dai lumini e candele tenuti in mano da fedeli e spettatori. Mentre sfilano in processione i simulacri di Gesù riposto nell’urna (che simula il suo sepolcro), la Madonna Addolorata, l’Ecce Homo e la sua Croce, ragazzi e ragazze del paese vestiti di bianco (gli angeli) e donne in lutto vestite di nero (le maddalene) li accompagnano, seguiti da due file di fedeli che recitano preghiere o intonano canti a tema. Il Sabato Santo, giorno di silenzio e lutto, c’è la veglia nella Chiesa Madre, ma il rito più atteso avviene la mattina di Pasqua. Si tratta di ’U scontru (lo scontro), un’antica rievocazione tramandata da secoli, dell’incontro tra l’Addolorata e Gesù risorto, sotto la Chiesa Madre di San Michele Arcangelo, dalla quale escono ambedue i simulacri scendendo separatamente le scale.

Dalla piazza partono due processioni separate, con percorsi opposti nel paese, fino a incontrarsi di nuovo sotto la chiesa. Qui inizia una pantomima sacra degna del migliore teatro classico. Con una sceneggiatura consolidata, dopo l’attesa e gli squilli di tromba, i reciproci portatori danno “vita” ai fercoli, che si muovono venendosi incontro con passi rapidi, scanditi dai rullanti della banda musicale. Per due volte madre e figlio sono di fronte ma non si riconoscono e tornano indietro, sempre a passo cadenzato. In questo momento si crea un forte pathos tra gli spettatori, che fanno loro il dolore della madre, ma al terzo tentativo finalmente avviene l’abbraccio, con la caduta del manto a lutto dalla Madonna, che adesso è vestita come nell’iconografia mariana. Scoppia l’applauso liberatorio, suonano le campane a festa e, contemporaneamente all’esplosione dei fuochi d’artificio, parte la musica festosa del Complesso Bandistico Vincenzo Bellini di Longi.

Il culto del SS. Crocifisso e di San Leone vescovo, patrono di Longi
Il patrono e protettore di Longi è San Leone, XV Vescovo di Catania vissuto nel VIII secolo. Nella memoria popolare l’origine per la sua venerazione fu dopo la sua visita al paese nel corso di una delle missioni pastorali in Sicilia, quando dopo aver celebrato la messa pare abbia fatto cose miracolose per quella gente. Il suo simulacro del XVIII secolo è custodito nella Chiesa Madre di San Michele Arcangelo, come quelli del Cristo Risorto, dell’Addolorata, di Gesù riposto nell’urna, la Croce processionale e il busto ligneo dell’Ecce Homo. La statua del Santo barbuto è sotto un baldacchino in stile barocco/rococò con intagli a foglia d’oro e argento. È seduto su un trono nell’atto di benedire i fedeli, con la mitria in testa, i paramenti vescovili, il bastone pastorale e ai piedi il suo “tesoro”. Osservando la gente spillare delle banconote sui nastri pendenti dalla vara, ho sempre avuto un profondo disagio, al ricordo dei lontani insegnamenti religiosi. So anche che è una tradizione antica e molto diffusa specie nel Sud e che i fedeli non lo considerano un atto di ostentazione ma di devozione, come fosse un ex voto. Il motivo per cui la Chiesa, pur condannandolo, a livello locale chiude tutti e due gli occhi, per evitare la frattura tra l’apparato religioso e quello sociale.

San Leone si festeggia nell’anno in tre date e a gestire l’organizzazione degli eventi c’è il Comitato Festeggiamenti San Leone e SS. Crocifisso, costituito da fedeli e cittadini, in collaborazione con la parrocchia e l’Amministrazione comunale. Il 20 febbraio, data della sua morte, è la festa patronale ufficiale che inizia il giorno prima con la processione delle sue reliquie, seguite dalla varetta (riproduzione ridotta del simulacro) portata a spalla dai bambini, futuri cittadini educati da subito a diventare “Portatori di Longi”, privilegio ed espressione di fede che spesso si tramanda di padre in figlio. Un ruolo sacrificato, perché pur alternandosi di continuo, i portatori si caricano sulle spalle diversi quintali di peso lungo quei circa 3 km di salite e discese, su e giù per il borgo. Dopo la Messa Solenne, alle 12 inizia la rischiosa e faticosa discesa del fercolo (o vara) dalla scalinata della Chiesa Madre, fino alla sottostante Piazza Umberto I. Qui i portatori, guidati da un “capo vara”, sostengono il peso del simulacro del Santo con le lunghe travi di legno massiccio (bizzoli) appoggiate sulle spalle a mo’ di portantina.

La disposizione degli uomini non è casuale e la logica è quella di far rimanere equilibrato il pesante fardello, posizionando quelli più alti davanti durante la discesa e dietro, nella salita. Particolare non solo folkloristico sono i “lazzuna”, lunghi e robusti cordoni multicolori collegati in diverse parti del fercolo e gestiti a mano dalle donne del paese, con indosso una pettorina gialla. L’uso dei lazzuna è meccanico, perché aiutano i portatori a tenere in equilibrio la pesante struttura passando per le strette vie del paese. Stabiliti i ruoli, al grido corale di “Viva San Leone!” parte la processione, accompagnata dalle note del locale Complesso Bandistico “Vincenzo Bellini”, diretto dal M° Leone Lazzara, figlio di quel M° Sebastiano Lazzara autore della musica dell’Inno a San Leone, intonato a più riprese e a piena voce dai fedeli durante le processioni religiose.

In questa data il simulacro di San Leone sfila da solo, ma come sempre è accompagnato dalla profonda partecipazione dei fedeli, che lo omaggiano lungo il percorso da balconi e finestre con l’esposizione di coperte lavorate, copriletto damascati, stendardi con la sua effige e lenzuola bianche ricamate. Al suo passaggio vengono lanciati petali di fiori e una pioggia di “nzaretti”, una sorta di coriandoli variopinti assieme a bigliettini di carta colorata, spesso con suppliche, richiesta di grazie, invocazioni, ringraziamenti. Carte che si vanno ad accumulare sia sul sagrato della Chiesa Madre che nelle vie lungo il percorso. Il passo è lento e cadenzato, anche se l’andamento è variegato, e capita di vedere il simulacro “ballare” a tempo di musica, oppure accelerare seguendo il caratteristico ritmo dei “Due passi avanti e uno indietro” (annacata).

Il momento più spettacolare è la “corsa della vara” (o volata) per superare le ripide salite del paese, con i portatori guidati solo dai comandi vocali del capo vara e dai lazzuna tenuti fermamente in mano dalle donne. Dopo aver affrontato gli ultimi metri in piano con andatura ondulatoria, i portatori partono di corsa incitati dalle grida dei fedeli, con la vara sollevata dietro per tenerla in “bolla”. Qui la musica s’interrompe per fare una sosta prima di ripartire. Un rituale che, pur variando di poco, è simile in tutte le tre date e può durare anche quattro ore, dall’uscita dalla Chiesa Madre al suo rientro alle ore 16 circa. La coreografia nelle diverse uscite del Santo prevede anche l’immancabile sparo dei “botti di festa”, mortaretti che segnano i momenti salienti della processione. Tra questi le soste obbligatorie sul luogo della frana del 1851 e quella in Contrada Santa Lina, al confine con il comune di Galati Mamertino dove oggi c’è l’edicola votiva dedicata a San Leone, furono ritrovati gli ori storici trafugati dalla Chiesa Madre da un concittadino poi pentito, nel marzo del 1926.

Un ritrovamento attribuito all’intercessione del Santo, apparso in sogno a membri dell’allora comitato della festa indicando il luogo dove si trovavano. Le soste intermedie sono invece dettate dalla necessità di “riprendere fiato” e ritemprarsi, sia per i portatori che per i membri della banda musicale. Il tutto è accompagnato dai canti dei fedeli, le marce sinfoniche e religiose e le rituali grida inneggianti al Santo, che segnano il passo della processione. Come da rito, dopo il rientro in chiesa del fercolo, la serata si conclude con spettacoli musicali e gli immancabili fuochi d’artificio sparati dal sottostante campo sportivo, che si possono osservare dal Serro, la terrazza panoramica con affaccio diretto sulla valle del fiume Fitalia, uno dei luoghi della movida locale.

La prima domenica di maggio si celebra la “Festa del Miracolo”, che ricorda il “miracolo” postumo di S. Leone per aver fermato la frana di fango e rocce scesa nel paese per le tante piogge dalle sovrastanti Rocche del Crasto il 15 marzo 1851. Frana, che distrusse molte case e la prima chiesa dell’Annunziata, stava per travolgere tutto l’abitato di Borgo. Si racconta che la colata di fango si fermò una volta arrivata a lambire il bastone pastorale della statua del Santo, portata lì dagli abitanti. Anche in questa data si svolge un rituale simile a quello di febbraio, con la processione delle Reliquie del Santo seguite dalla “varetta” dei bambini, e la domenica il corteo sacro con il simulacro di San Leone per le vie del paese, con banda e fedeli al seguito. La variante è che essendo in primavera, come da tradizione il fercolo viene addobbata con A nzagaredduta, cioè dei mazzi di spighe di grano verdi e nastri colorati. Questo è sia un ringraziamento che una preghiera da parte dei contadini, per un buon raccolto e per la protezione delle loro attività.

Longi si trova nel Parco dei Nebrodi e le principali attività sono da sempre quelle legate alla terra, specie con la riscoperta, coltivazione e valorizzazione dei grani antichi siciliani, come il Maiorca, Russello, Tumminia e Perciasacchi (o Farro Lungo), poi lavorati e trasformati nell’Antico mulino a pietra di Longi (XVIII sec.). Sono produzioni tipicamente a carattere montano e fatte in territori difficili come le pendici delle Rocche del Crasto, i margini del Bosco di Mangalaviti o il pianoro in contrada Portella Gazzana (circa 979 metri s.l.m.). Allora mi tornano in mente i racconti di mio suocero Calogero (Calorio), di quando ben prima dell’alba uomini e donne salivano verso la montagna per la mietitura, passando su sentieri coi gradini scavati nella roccia calcarea, guidati da un piccolo lumino a petrolio e dalla “Puddara”, la Stella Polare. Date le caratteristiche delle zone di produzione, oggi le lavorazioni sono sia meccaniche che manuali e a luglio, periodo di raccolta dei grani, si tiene a Portella Gazzana la Festa della Mietitura (o Festa del Grano).

È la rievocazione storica delle antiche lavorazioni a mano, retaggio valoriale della civiltà contadina dei Monti Nebrodi, un evento apprezzato da turisti e residenti. Qui uomini e donne con indosso abbigliamenti d’epoca, fanno il taglio con il falcetto (faucina), raccogliendo a mano le spighe di grano per raggrupparle in grandi fasci legati (covoni). Dopo essere stati distribuiti in cerchio su un’aia predisposta vengono trebbiati con l’antico metodo della pisiera, cioè facendo le spighe con gli zoccoli di asini o cavalli. Ovviamente il tutto accompagnato dalle varie degustazioni gastronomiche di prodotti dei Nebrodi presenti negli stand, come prosciutto e salumi di Suino Nero, il Canestrato, la Provola Dop o il Salame Sant’Angelo di Brolo Igp. Ma a Portella Gazzana si tiene annualmente a luglio anche “A Fera da Iazzana”, la storica fiera agricola e zootecnica, crocevia strategico per allevatori, pastori e commercianti da ogni parte dell’Isola.

Tornando a San Leone, la data più attesa è sicuramente quella del 23 agosto in cui ufficialmente si festeggia il SS. Crocifisso, ma “scende” in processione anche S. Leone. Il giorno prima però è la festa dedicata a San Francesco di Paola (1416-1507) e le domande che mi feci già dalla prima volta furono: “Ma che c’entra San Francesco di Paola, Patrono della Calabria e della Gente di Mare italiana, con Longi? E perché qui si festeggia da tempo immemore in una data diversa dal 2 aprile, ricorrenza della sua morte celebrata dal Martirologio della Chiesa Cattolica?” Poi dai racconti della gente e dai testi scritti cominciai a capire il perché di tanta profonda venerazione da parte dei Siciliani, sia dalla gente di mare che per le sue umili origini dai contadini. Come racconta la leggenda, pare che tutto cominciò con il suo “miracolo” più famoso ma mai riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa: l’attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello.

Pare che il 4 aprile 1464, dovendosi recare da Catona (RC) a Messina per fondare un nuovo monastero dei Minimi e non avendo soldi per il traghettamento, chiese al barcaiolo di farlo gratis. Al suo rifiuto, s’inginocchiò a pregare, salì coi confratelli sul suo mantello steso in acqua e “traghettarono”. Dalla vulgata popolare pare che ci fossero molti testimoni increduli lì presenti, a cominciare dal barcaiolo pentito; come lo furono coloro incontrati all’arrivo durante un corteo funebre, dove pare che riportò in vita un uomo appena morto impiccato.
Il fercolo del Santo si trova nella chiesa dell’Annunziata in Piazza Generale Moriondo, il “salotto buono” di Longi, che fu ricostruita nel 1857 dopo la disastrosa frana del 1851. All’interno c’è anche la statua in marmo di Carrara dell’Annunziata (XVI sec.), opera iniziata dal celebre scultore rinascimentale Antonello Gagini e finita ob torto collo dai figli Antonino e Giacomo dopo la sua morte e arricchita con raffinate dorature.

Alle 12 del 22 agosto, dopo la solenne Messa cantata inizia la processione dedicata a S. Francesco di Paola e a portare sulle spalle il simulacro del Santo calabrese nella sua uscita solitaria, sono sempre i devoti portatori di Longi, seguendo quel tragitto ormai consolidato, con il solito andamento altalenante, tra oscillazioni ritmiche e corse per superare le erte salite del paese, marce suonate dalla banda di Longi, canti tradizionali, preghiere e invocazioni. Dopo aver toccato tutti i punti cardine del borgo, il simulacro rientra in chiesa nel primo pomeriggio, preceduto – come per ogni “uscita” nelle feste – da una scarica di botti forti e secchi, come cannonate a salve, che riecheggiano per la valle; ma anche castagnole e una batteria di petardi in rapida successione per il finale.

Per la festa del SS. Crocifisso e S. Leone, la data del 23 agosto è fissata storicamente per tradizione locale, anche perché in questo periodo si concentra la massima affluenza di fedeli e visitatori, con la presenza delle famiglie emigrate. Per questa festa sono previste due distinte processioni: una la mattina e l’altra alla sera. Alle ore 12 dopo la Messa solenne, scende dalla scalinata della Chiesa Madre il fercolo di S. Leone che precede quello del SS. Crocifisso – una pregiata scultura lignea a grandezza naturale del XIX secolo, attribuita allo scultore palermitano Vincenzo Genovese – come per guidarlo lungo le vie del paese. In questa occasione, a differenza di maggio il fercolo di S. Leone viene addobbato con fasci di spighe di grano mature, come ringraziamento per il raccolto appena fatto. Tra il suono delle campane, la musica della banda locale, l’abbraccio della folla sottostante e la “volata” dei fercoli arrivati in piazza con i portatori che inscenano una rapida e breve corsa sincronizzata tra due ali di gente festosa, parte la processione seguita dalle autorità religiose, civili e militari locali in testa.

Si attraversano i caratteristici vicoli della parte bassa del paese, ripetendo sempre lo stesso rituale: musica, andamento variegato dei portatori, i fedeli che cantano e recitano preghiere. L’arrivo alla Chiesa dell’Annunziata è nel primo pomeriggio e qui i due simulacri rimangono fino a sera. Intorno alle 20 riparte la processione verso la zona alta del paese e arrivati alla salita che porta all’area panoramica del Serro, la marcia dei fercoli si trasforma in una nuova “volata” fino al piazzale, tra gli applausi dei fedeli. Qui i simulacri sono messi uno di fronte all’altro come per salutarsi simbolicamente con l’oscillazione delle vare e la preghiera collettiva, che per i portatori diventa un intervallo salutare prima di affrontare il percorso inverso. A notte inoltrata l’ultima “volata” delle vare sulla scalinata della Chiesa Madre, per il rientro nelle rispettive cappelle e verso le 23 i tradizionali fuochi artificiali che chiudono i festeggiamenti.
Foto e testo/Maurizio Ceccaioni – Le foto della festa si riferiscono a passate edizioni.
