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Homepage > REPORTAGE > Sabbie mobili, ladri di spiagge
giugno 16, 2017  |  By Giulio Badini In REPORTAGE

Sabbie mobili, ladri di spiagge

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Come  reagireste se qualcuno vi dicesse che la spiaggia dove avete giocato da bambini, poi scenario dei vostri primi turbamenti amorosi e delle mille competizioni giovanili, e dove ancora oggi andate ogni estate con la vostra nuova famiglia, non esiste più, completamente sparita ?  E non perché portata via, bottiglia dopo bottiglia, come souvenir da turisti romantici quali quelli di ritorno dai deserti di tutto il mondo, o dai vacanzieri che ogni estate nei porti e negli aeroporti della Sardegna si vedono confiscare l’immancabile sacchetto contenente la celebre sabbia rosa di granito dell’isola di Budelli – o di tante altre spiagge – assieme a conchiglie, sassi e rocce, con relativo corollario di denuncia penale per furto e danneggiamento di patrimonio pubblico e sanzione pecuniaria che va da un minimo di 3 mila euro fino ad un massimo di 9 mila.  Mica uno scherzo !  No no, mi riferisco alla sabbia della vostra spiaggia abituale – quella che la natura ha impiegato centinaia di migliaia d’anni, se non anche milioni e comunque tempi geologici, a formarsi ed a depositarsi in quel luogo – portata via camion dopo camion, il più delle volte illecitamente, da speculatori che non hanno alcuno scrupolo ad arricchirsi a danno della collettività.  Perché troppo spesso la legge glie lo consente, ignorando che tutto ciò che non è di nessuno in realtà appartiene a tutti, e chi dovrebbe controllare tende a chiudere un occhio – quando non tutti e due – ovviamente in cambio di tornaconti e benefit. Forse non lo sappiamo, ma è esattamente ciò che succede ogni giorno in ogni angolo della terra, per la semplice ragione che la sabbia costituisce da sempre la risorsa naturale più utilizzata dall’uomo dopo l’acqua, ancor più del petrolio e dei gas.  Anzi, per i suoi consumi in crescita esponenziale, non risulta affatto azzardato affermare come in futuro potrà essere  ancora più preziosa dei combustibili fossili. Basti pensare che ad oggi nel mondo ne vengono consumate ben 40 milioni di tonnellate, il doppio di tutti i sedimenti trasportati da tutti i fiumi del pianeta, con una resa economica di oltre 65 miliardi di euro, troppi per lasciare indifferenti chiunque e abbastanza per giustificare la presenza in ogni angolo del mondo delle “sand mafia”, le mafie delle sabbie, in quanto circa la metà risulta estratta illegalmente, con la violenza e la corruzione.

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Esistono parecchi tipi di sabbia:  volendo semplificare al massimo, quelle composte da quarzo e feldspato danno origine alle varietà bianche, quelle composte da minerali tipo magnetite, ematite e granati alle scure; ogni singolo granello misura tra 0,06 e 2 mm di diametro.  Oltre ad essere una delle “rocce” più diffuse sul pianeta, momento finale di un lunghissimo processo di disgregazione minuta di rocce di origine sedimentaria marine, lacustri o fluviali (in un continuo alternarsi di cicli e di ricicli  geologici di sedimentazione e di erosione-disgregazione), essa costituisce un elemento estremamente versatile, capace di trovare mille impieghi in diversi settori. Fin dalla preistoria è stata utilizzata, mischiata con acqua ed argilla, per produrre mattoni, quindi in epoca storica come componente essenziale per creare il vetro. A distanza di tanto tempo, ancora oggi figura come materiale essenziale in edilizia per la produzione del cemento, e per le molteplici applicazioni del vetro, dai bicchieri alle bottiglie, dagli specchi alle finestre, fino ad occhiali, lenti ottiche e telescopi, senza dimenticare il ponte veneziano di Calatrava. Ma la rena silicata viene utilizzata anche per mille altri impieghi,  per produrre cosmetici, dentifrici, detersivi, pannelli solari, in elettronica, negli stampi di fusione, come abrasivo, nei filtri d’acqua, per realizzare i microprocessori in silicio, nelle sabbiature industriali e infine dentro a sacchi per combattere lo straripamento dei fiumi o contro le esplosioni. Insomma, una delle materie prime più utilizzate dall’uomo, ma a discapito dell’ambiente, con danni ecologici inimmaginabili.  Qualcuno arriva ad ipotizzare che già alla fine di questo secolo sulla terra non esisteranno più spiagge.

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In Cina le foto satellitari mostrano i danni ecologici operati dalle estrazioni di sabbia  nel lago Poyang, il maggior bacino lacustre cinese grande 12 volte il Garda, pari ogni anno a ben 236 milioni di tonnellate: oltre al dissesto idrogeologico del suo effluente Yangtse, il lago in vent’anni ha perduto il 98 % della sua avifauna, composta in precedenza da mezzo milione di uccelli migratori, dalle cicogne bianche alle gru siberiane.  Non sappiamo invece se abbia qualcosa a che fare anche con la fama sinistra di questo specchio d’acqua, legato alla scomparsa massiccia e misteriosa di barche e persone: in trent’anni sarebbero sparite 200 imbarcazioni e 1600 naviganti.  In Cambogia lungo il Mekong sono scomparse totalmente sette spiagge:  in nove anni sono state estratte 72 milioni di tonnellate, dirette verso Singapore, ma alle autorità locali ne risultano soltanto tre, con una differenza in controvalore di 700 milioni di euro. In quali tasche sono finiti ? In Namibia lo spolpamento del fiume Okawango, il maggior delta interno del mondo, sta sconvolgendo la biodiversità anche del confinante Botswana. In diverse località dell’India si è sfiorata la guerra civile e tra i protezionisti c’è già scappato anche il morto.  Purtroppo l’elenco potrebbe continuare a lungo, e riguarda tutti i continenti, non esclusi i lidi californiani incontaminati delle isole di Samoa e di Monterey Bay. Qualche nazione, soprattutto in Africa ed Estremo Oriente, sta cercando di mettere un freno all’estrazione abusiva ed all’esportazione, ma i forti guadagni connessi, gli ambienti malavitosi e la corruzione potrebbero vanificare ogni iniziativa al riguardo, con le buone o con le cattive.

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La parte del leone nei consumi la fanno ovviamente l’edilizia, asfalti compresi, e i diversi derivati del vetro.  Negli ultimi vent’anni solo la Cina, che possiede la maggior cava del mondo, ha registrato un incremento di consumi di cemento del 438 %, pari al 58 % della produzione mondiale.  Provate ad immaginare quanta sabbia e quanta ghiaia possono essere servite, tutte importate dalla lontana Australia,  a Dubai e ad Abu Dhabi per creare le loro isole turistiche artificiali nel mare davanti alla costa: a Dubai 385 milioni di tonnellate per la Palma Jumerah, oltre 450 per The World, senza contare gli infiniti grattacieli. E poi c’è il caso Singapore.  Questa città-stato negli ultimi 40 anni ha aumentato artificialmente, rubandola al mare, la sua superficie di 130 km2, pari ad un quinto della suo territorio originale; non a caso registra il maggior consumo pro-capite al mondo, cioè 5,4 tonnellate per abitante.  In compenso in Malesia sono sparite dalla carta geografica 24 isole, affondate nel mare di Singapore.

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A questo punto potrebbe sorgere, un po’ ingenuamente, spontanea una domanda:  ma perché, anzicchè depredare fiumi, laghi e spiagge, la sabbia non vanno a prenderla là dove ce ne in abbondanza, vale a dire nei deserti presenti un po’ ovunque ?  Circa un terzo della terra risulta infatti occupato da deserti, caldi o freddi che siano, e se anche le dune ne occupano mediamente una porzione pari ad un quarto (il resto sono rocce e sassi), fa sempre una quantità enorme.  Prendiamo il Sahara, grande nove milioni di km2, cioè quanto l’intera Europa dall’Atlantico agli Urali: calcolando anche soltanto uno spessore medio di 10 m (ma certe catene di dune arrivano a misurare in altezza fino a 3-400 m), fa 25 milioni di tonnellate di m3.  La risposta è semplice: perché per tutti gli usi industriali la sabbia del deserto, prodotta dall’erosione eolica, non va bene; occorre quella creata dall’erosione idrica, con singoli granelli arrotondati.

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La situazione in Italia ?  Non migliore che altrove.  Basti pensare come tutta la materia sia ancora regolata da norme decisamente obsolete, risalenti  ad un Regio Decreto del 1927. Qualche dato. Legambiente calcola che nel 2012 siano stati scavati 80 milioni di m3, per un valore di un miliardo di euro.  Nel 2006 l’ENEA ha comunicato che le spiagge dell’Adriatico presentavano un deficit sedimentario nel 42 % dei casi, valore capace di salire al 60 % nel basso Adriatico.  Nel 2016 la Regione Emilia-Romagna ha speso 20 milioni di euro per rimpinguare otto spiagge della riviera romagnola, impiegando 1,2 milioni di m3 di rena.  Nel 2014 quattro operai emiliani sono stati condannati – ovviamente sulla carta – ad una pena di un anno e 4 mesi di detenzione, perché undici anni prima avevano sottratto illegalmente dal Po 300 tonnellate, per un valore ad oggi di 375 mila euro.  Un vero affare !  Comunque la prossima estate, che andiate al mare in Sardegna o altrove, evitate di portare via sabbia, sassi, rocce e conchiglie:  compirete un gesto responsabile ed eviterete di pagarla più cara degli operai emiliani, ladri di sabbia.

Testo/Giulio Badini –  Foto/Google Immagini


 

 

 

 

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