Entrare in una tomba dell’antico Egitto, avvicinarsi al mondo di un faraone e provare a comprendere il suo desiderio di vivere oltre la morte. È l’esperienza proposta dalla mostra «Tutankhamon: la tomba, il tesoro, la maledizione», inaugurata il 3 ottobre a Palazzo Belloni, nel cuore di Bologna. Un percorso che invita il pubblico a conoscere una delle scoperte archeologiche più celebri del Novecento, attraverso ricostruzioni, riproduzioni di reperti e strumenti immersivi. Al centro dell’esposizione c’è il giovane sovrano la cui sepoltura fu scoperta nel 1922 dall’archeologo britannico Howard Carter nella Valle dei Re.

La fama di quel ritrovamento dipende soprattutto dall’eccezionale conservazione del corredo funerario. È però più corretto parlare di una tomba rinvenuta quasi intatta: anche questa sepoltura aveva subito intrusioni nell’antichità. La sua importanza sta nell’essere l’unica tomba reale della Valle dei Re scoperta in condizioni così vicine a quelle originarie, con una straordinaria quantità di oggetti ancora al suo interno. La mostra bolognese presenta oltre cento riproduzioni ufficiali, certificate dal Ministero delle Antichità egiziano. Si tratta dunque di repliche, capaci di restituire forme e dettagli dei reperti e di aiutare il visitatore a immaginare il contesto del ritrovamento. Gli oggetti diventano indizi per comprendere la figura del faraone, la cultura della sua epoca e il significato attribuito alla sepoltura. Il loro fascino nasce anche dalle domande che suscitano: perché accompagnare un defunto con un corredo tanto ricco? Quale esistenza si pensava lo attendesse? Le ricostruzioni scenografiche e la realtà virtuale permettono di avvicinarsi agli ambienti funerari e di ripercorrere idealmente l’esperienza della scoperta. Il visitatore può immaginare lo stupore di Carter davanti a un mondo rimasto nascosto per secoli, cercando di cogliere il legame tra gli spazi della tomba e ciò che custodivano. L’allestimento offre così un’occasione per andare oltre l’immagine, ormai familiare, del tesoro di Tutankhamon e riflettere sul valore religioso di quegli oggetti. Uno degli aspetti più interessanti del percorso riguarda la mummificazione. Una sezione dedicata illustra le fasi della preparazione del corpo, aiutando a comprendere una pratica che continua a suscitare curiosità. Nell’antico Egitto, conservare le spoglie del defunto aveva un significato strettamente legato alla religione: il corpo era un elemento essenziale per la continuità dell’esistenza nell’aldilà. La mummia rappresentava quindi il risultato di un lavoro materiale accurato e, insieme, di un insieme di credenze e rituali. La procedura prevedeva, secondo modalità che variarono nel tempo, la rimozione di alcuni organi, l’essiccazione con il natron, una miscela naturale di sali, e l’avvolgimento in bende di lino. Questi passaggi richiedevano competenze specifiche ed erano accompagnati da gesti rituali. Conoscerli permette di guardare alle mummie come testimonianze di una civiltà che aveva elaborato un rapporto complesso con la morte. Dietro ogni corpo conservato si trovano conoscenze, lavoro e la speranza di assicurare al defunto una nuova forma di vita.

Il tema dell’immortalità costituisce quindi una chiave per leggere l’intera esposizione. Per gli Egizi la morte apriva un passaggio verso un’altra esistenza, da preparare attraverso la cura del corpo, i riti e gli oggetti deposti nella tomba. Il corredo funerario rispondeva a questa visione: accompagnava e proteggeva il defunto nel suo viaggio. Osservare il tesoro di Tutankhamon significa dunque interrogarsi anche su un desiderio umano che attraversa i secoli, quello di dare continuità alla vita e alla propria identità.
La proposta si rivolge a un pubblico ampio, dalle famiglie agli studenti, fino agli appassionati di archeologia. Il percorso comprende strumenti pensati per i più piccoli e occasioni di approfondimento per le scuole. La curiosità può diventare il punto di partenza per scoprire una cultura lontana e comprendere come gli archeologi ricostruiscano il passato attraverso i suoi resti. All’apertura della mostra è legata la presenza dell’egittologo Zahi Hawass, protagonista di un incontro a Bologna e del firma copie di «L’uomo con il cappello», pubblicato da FAS Editore. Nella sua prima autobiografia, Hawass ripercorre la propria storia, dagli studi alle ricerche, raccontando avventure e scoperte archeologiche in Egitto. Il libro offre a chi desidera proseguire il viaggio, un’altra prospettiva: quella di chi ha dedicato la vita a cercare e interpretare le tracce di questa civiltà.
Testo/Lamberto Selleri – Foto fornite dall’ufficio stampa
