Leggendo i resoconti di Goethe, Stendhal, Dickens che, tra il 1700 e il 1800, viaggiarono attraverso l’Italia riportandone una descrizione molto approfondita, abbiamo tentato di ripetere queste esperienze come viaggiatori e non come turisti, in Tunisia che, con una sua superficie di soli 163.601 Km quadrati, è lo Stato meno esteso dei cinque paesi nord africani che si affacciano al Mediterraneo. Una nazione piccola se paragonata ad Algeria, Libia, Egitto e Marocco, ma molto ricca sotto il profilo geologico, naturalistico e storico.

Nei 4.000 chilometri percorsi col nostro vecchio camper Alfa Romeo 4×4 abbiamo avuto l’opportunità, in un mese, di visitare tutti i diversi ambienti naturali e i ruderi archeologici di città uscite dalla Storia di cui restano ancora vestigia molto importanti e affascinanti. Con noi l’amico e grande viaggiatore Dario Brignole (ottantottenne!) che, con il suo Land Rover camperizzato, ci ha accompagnato in questa nuova avventura alla riscoperta del mondo. Sbarcati a La Goulette, provenendo da Civitavecchia, Tunisi ci ha letteralmente inglobato nel suo intenso e caotico traffico. E’ risaputo che, per conoscere la Storia antica di una Nazione o di una città, è buona regola, recarsi a visitare i suoi Musei.

Alla periferia di Tunisi, nel quartiere del Bardo, c’è il museo omonimo istituito nel 1885. Grande e ben curato spicca per i giganteschi mosaici romani provenienti dalle diverse città della Nazione. Insieme a loro decine di statue e oggetti che vanno dalla preistoria all’età punica e romana per terminare con l’arte islamica. Ancora oggi proseguono i restauri resisi necessari dopo l’attacco terroristico del 18 marzo 2015 che provocò molti danni, oltre ai venticinque morti e numerosi feriti. A questo riguardo occorre precisare che la Tunisia è oggi molto attenta alla protezione del turismo che rappresenta un’importante entrata economica per le casse dello Stato.

Una visita imprescindibile è Cartagine, realizzata dai fenici nel IX secolo a.C., che Roma conquistò nel 146 a.C. e che ricostruì molto tempo dopo. Basti pensare come, ancora oggi, siano visibili le lunghe cisterne romane per l’approvvigionamento idrico della città, il teatro e altri importanti monumenti, i quali, testimoniano come Roma seguisse sempre un programma ben preciso per la realizzazione delle sue città.

Lasciata Tunisi, iniziamo il nostro viaggio alla scoperta di questa terra africana.
Scendendo verso sud ovest costeggiamo i Monti Teboursouk, una dorsale tunisina che fa parte della grande catena dell’Atlante e che culmina, più a sud, con il Djebel Chambi la montagna più alta di questa nazione (1.544 m.s.l.m.). Qui si è già sulla lunga faglia che divide la placca africana dall’euroasiatica che si prolunga dal Marocco al Sinai. Verso la città di Le Kef si incontra il sito archeologico di Dougga (o Thugga), Patrimonio dell’Umanità (UNESCO) dal 1997. Sorto come centro numida-berbero, fu punico, romano e bizantino. Tra i monumenti più importanti troviamo il Campidoglio, il teatro, uno slanciato mausoleo libico-punico e altre costruzioni. Per ragioni di sicurezza, a Le kef, siamo obbligati ad avere una scorta della Guardia Nazionale che ci accompagnerà per un lungo tratto. Scendendo in direzione di Kasserine, merita fare una visita all’altopiano tabulare noto come Tavola di Giugurta. Si sale oltre i mille metri su una tortuosa strada che termina sotto la falesia con una lunga scalinata. I 136 gradoni salgono sulla cima dell’altopiano su cui vi sono una moschea e antiche cisterne scavate nella roccia calcarea in cui sono presenti Nummuliti, protozoi unicellulari fossili anche di grandi dimensioni, dell’Eocene (50 -34 milioni di anni fa). Quest’altopiano fu anche teatro di battaglie tra Romani e Numidi (Re Giugurta) e proseguite nel Medioevo. Non lontano c’è il confine algerino (l’antica Numidia). Scendendo, dopo un centinaio di chilometri, si arriva a Kasserine l’antica Cilium romana. Pregevole il teatro (80 d.C.), un arco di trionfo e il longilineo mausoleo dei Flavii. Nei pressi di Cilium è stato messo alla luce dall’ Università Cà Foscari di Venezia, un gigantesco frantoio per le olive di epoca romana.

Durante la II Guerra Mondiale, nel 1943, le truppe italo-tedesche si scontrarono con quelle alleate sul vicino passo montuoso e, nel 2010, proprio qui iniziò la “Rivoluzione dei Gelsomini” nel contesto della Primavera Araba con le note conseguenze. Una lunga deviazione ci conduce alle rovine romane di Sbeitla (l’antica Sufetula) che sorta in epoca punica si sviluppò nel II° secolo d.C. poi, nel IV° secolo, venne occupata dai Vandali e riconquistata dai Bizantini. Nel vasto parco archeologico si possono ammirare numerosi edifici pubblici ben restaurati.

Tornati a Kasserine e dopo ancora circa 100 km, più a sud, si arriva a Gafsa (Capsa per i romani) Questa regione è stata popolata fin dalla Preistoria come testimoniano i numerosi reperti lasciati dalla Cultura Capsiana Mesolitica quando il clima era simile a quello dell’odierna Africa orientale. Da ricerche eseguite s’ipotizza che i Berberi odierni derivino dai Capsiani. Nel 106 d.C. fu conquistata dal generale romano Mario e, col tempo, ebbe un forte sviluppo come attestato dalle “piscine “che ancora oggi si possono ammirare nel vecchio centro della città, anche se, adesso, sono vuote per rottura della falda acquifera e forse per la notevole attività della vicina miniera di Fosfati. Ci spostiamo a ovest per visitare un tratto della zona che venne, secondo la Storia, attraversata da Rommel e dalle sue truppe, dove oggi, una strada ampia e asfaltata risale, dalla cittadina di Metlaoui. Le gole del Djebel Selja, purtroppo, sono letteralmente devastate dall’enorme miniera di fosfati iniziata nel 1896. Si tratta di uno dei giacimenti più importanti dell’Africa settentrionale. Una ferrovia di 250 chilometri trasporta il minerale al porto di Sfax. Quasi a ridosso del confine algerino dopo Redeyef vi è l’oasi di montagna di Tamerza con le sue gole e cascate.

Il nostro viaggio nel cuore della Tunisia prosegue con altri 150 chilometri fino all’oasi di Tozeur. Siamo arrivati, finalmente, ai margini dello sconfinato Deserto del Sahara. Il paese è circondato, specialmente a Sud, da circa 400.000 palme da dattero che sopravvivono grazie ad un’ampia falda acquifera che però risente del cambiamento climatico e di un eccessivo prelievo. Infatti, quando nel 1977 passammo da qui per scendere nel sud sahariano, le palme arrivavano a ridosso della collinetta chiamata “Belvedere”. Tozeur fu, già all’epoca cartaginese, un importante centro per i commerci transahariani. All’epoca romana (dopo il 33 a.C.) oltre ad essere già un sito carovaniero per la commercializzazione dei datteri, divenne un centro per il commercio degli schiavi. Da Tozeur, dopo pochi chilometri, si arriva sulle sponde del Chott el Jerid un immenso lago salato. Questa estesa depressione copre una superficie di 5.360 Km quadrati per una lunghezza di circa 100 km. Occupa una conca (sinclinale) che, dalla catena dell’Atlante a nord, arriva al vasto “plateau” del Sahara. La crosta salina si appoggia su un fondo di argilla e sabbia. Tra i 200.000 e i 100.000 anni fa durante le fasi climatiche umide la conca divenne un lago, mentre nel Periodo Quaternario si collegò al mare. Con l’attuale cambiamento del clima è aumentata l’evaporazione non integrata dalle piogge mentre, sono frequenti, le tempeste di sabbia come accaduto nel nostro viaggio durante il suo attraversamento. La presenza di numerose specie di uccelli ha reso molto importante il territorio a livello internazionale come “Bird Area”.

Nel versante settentrionale sono presenti resti di una linea di muri costruiti dai romani facenti, parte del “limes (=linea di difesa) che aveva la funzione di protezione contro le tribù berbere del sud. Nel 2008, per questi motivi è stata richiesta, l’iscrizione al Sito UNESCO. Proseguendo verso Sud, si arriva all’oasi di Douz (definita “Porta del Sahara) un tempo, considerato un importante punto d’incontro e di sosta delle carovane che dal Sahara salivano nel nord della Tunisia per vendere o scambiare i loro prodotti. Qui, a novembre si tiene il famoso “Festival del Sahara” che riunisce le tribù nomadi tunisine, libiche, egiziane e algerine. Spostandoci da Douz a est in direzione di Matmata, dopo un tratto pianeggiante si sale sul Jebel Dahar, una lunga catena montuosa costituita da antiche rocce arenacee che scendono a Sud verso la Libia.

Arrivati a Maţmāţat-al-Qadīmah a 600 metri di altezza, chiediamo a un signore informazioni sulle case rupestri e gentilmente (come del resto tutti i tunisini) ci accompagna. Questo villaggio berbero è caratterizzato dalla presenza di crateri circolari profondi circa sette metri scavati nell’ arenaria. Sul fondo, nelle facciate, si trovano delle aperture che danno accesso alle camere o ai magazzini, mentre al centro del cortile c’è un pozzo. L’interno è imbiancato da calce con ornamenti. Purtroppo delle circa 200 abitazioni “trogloditiche” oggi solo quattro o cinque sono abitate mentre le altre sono in un totale abbandono o usate come pollaio. Questo villaggio deve la sua fama, grazie al produttore Paul Lucas, il quale acquistò alcune abitazioni come set del film “Guerre Stellari”. Alcune servirono per le riprese e altre come abitazioni per attori e per la troupe. Certamente l’ambientazione fantascientifica del posto era perfetta. Purtroppo, il disastroso periodo del Covid, da allora, ha ridotto il turismo. Lasciato Matmata siamo scesi a Medenine per proseguire ancora più a sud per Tataouine. Questa cittadina fu il nostro “campo base” per la spedizione del marzo 2011 organizzata dal Prof. Federico Fanti paleontologo e geologo dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna e oggi “Emerging Explorer of National Geographic Society”. Del team facevano parte anche la paleontologa Michela Contessi, oggi direttrice del Museo di Geologia Giovanni Capellini dell’Università di Bologna, oltre a Federico Scarelli, Aldo Bacchetta ed il sottoscritto come supporters.

Durante le nostre indagini in una valle fu scoperto uno scheletro di Dinosauro in terreni del Cretaceo Inferiore (circa 110 milioni di anni da oggi). Fu un lavoro delicato e complesso per estrarre l’intero scheletro del fossile rinvenuto nel sito di El Mra. Alla fine, sotto il controllo dell’equipe dell’Office National de Mine (Dr. M. Hassine e Sig. H. Aljane), il dinosauro fu portato al museo di Tunisi. Grande soddisfazione per trovato una nuova specie di sauropode classificato come Tataouinea hannibalis. Inutile dire quanto sia stata grande la nostra soddisfazione. C’è da dire però che il territorio di Tataouine è ricco di numerosi insediamenti rupestri di origine berbera scavati tra gli strati di arenarie, gessi e argille mesozoiche.

Tuttavia, vi sono anche numerosi “ksour” (villaggi fortificati) costruiti per proteggere, in piccoli granai famigliari sovrapposti, i prodotti coltivati nella zona. Uno dei più famosi è lo Ksar Auled Soltane perché sede del set di Star Wars, come accadde per Matmata, ma ne esistono molti altri non sempre in buone condizioni. Non lontano da Tataouine si arriva a Chenini un piccolo villaggio che fu un ksar berbero fin dal 1100. Anche qui la saga di Guerre Stellari è presente. In alto domina una bianca moschea che racchiude una storia o leggenda. Si narra, infatti, che sette cristiani di Efeso durante le persecuzioni dell’Imperatore romano Decio (250 d.C.) si nascosero qui in una grotta. Scoperti furono murati all’interno. Caddero in un profondo sonno e, secondo la tradizione musulmana (mentre quella cristiana e diversa), in una sura del Corano (XVIII,18,25) è raccontato che i sette, dopo aver dormito circa due secoli, risvegliatisi di nuovo trovarono la religione dell’Islam e credendo che fosse diventata la sola al mondo si convertirono, ma poi morirono questa volta definitivamente. Il percorso prosegue in parte costeggiando la pipeline che viene dai giacimenti petroliferi, lo stesso giacimento del vicino Fezzan libico. Siamo sempre più giù verso il Sahara fino ad arrivare all’oasi di Ksar Ghilane la più meridionale della Tunisia a contatto con il Grande erg Occidentale. Lo scopo di questa deviazione è stata l’occasione per andare a visitare uno delle rare fortificazioni romane ancora esistenti. Il forte di Tisavar. Questo era sul “limes” romano forse il più esposto alle sabbie e ai venti del deserto. La linea di protezione partiva dalla Cirenaica e proseguiva fino all’Atlantico marocchino. Con il camper si arriva a circa un chilometro, poi, è preferibile fermarsi per proseguire a piedi tra le dune. Oggi i turisti possono prendere una guida e noleggiare dei piccoli quad o un dromedario. Un tempo, questo confine era difeso dagli attacchi dei Berberi e dei nomadi. La costruzione misura trenta per 40 metri e, passando sotto la porta ad arco in pietra, si riconoscono ancora le stanze per la truppa e per i vettovagliamenti. Rimase un avamposto attivo fino al V° secolo d.C. e fu utilizzato anche dalla Legione Straniera.

A poco più di un chilometro un monumento ricorda la colonna del Generale Leclerc che passò da qui nel 1943 combattendo contro le truppe dell’Asse infliggendo loro gravi perdite. Le pietre di roccia furono preparate dai legionari romani fatte di duro calcare con fossili di Ammoniti, quindi mesozoici. Inoltre, l’oasi si è creata grazie ad una copiosa sorgente di acqua calda trovandosi al centro di una depressione. Le temperature in estate sono alte (50° C) mentre d’inverno scende a 0°C.. Molto frequente è il vento di Scirocco che solleva la sabbia. E’ stato emozionante arrivare al forte romano, dopo un chilometro a piedi, perché la pista diventa stretta costringendoci a lasciare il camper in parte insabbiato. Tornati all’oasi, dopo un indispensabile pieno di gasolio, inizia il ritorno. Ripassati da Tataouine si procede direttamente in direzione nord prima verso Medenine e poi a Ben Guerdane (a soli 22 chilometri dal confine libico). Verso l’Isola di Djerba, prima di raggiungere Zarzis, la strada attraversa delle lagune in cui stazionano numerose specie di uccelli tra cui Fenicotteri e Spatole con postazioni per il Birdwatching.

Zarzis, che si affaccia sulla “Piccola Sirte (Golfo di Gabes), è una cittadina con architetture particolari ed una piccola oasi. Dopo una trentina di chilometri si arriva all’Isola di Djerba percorrendo una strada sopraelevata che fu realizzata dai romani. Famoso è il mito dei Lotofagi legato a questo luogo, secondo il quale, Ulisse assaggiò il frutto del Loto che faceva perdere il desiderio di ritornare a casa. In effetti, l’isola, oltre ad essere la maggiore del Nord Africa, è accogliente con belle coste e spiagge che attirano moltissimi turisti. Per tornare sulla terra ferma si prende un traghetto (gratuito) che arriva a El Jorf e da lì, con una sessantina di chilometri, si raggiunge Mareth un luogo pieno di Storia considerato la “Gloria dei bersaglieri” legata all’ultimo conflitto mondiale. Rommel, il 21 Febbraio 1943, scrisse che “…Durante l’assalto lo slancio dei Bersaglieri, aveva dato eccellenti risultati. Purtroppo il loro Colonnello era caduto in quell’azione.” La Linea di Mareth, in posizione geografica strategica, era stata realizzata alla fine degli anni ‘30 dai francesi per proteggere la Tunisia dall’invasione italiana che poteva provenire dalla Libia. La Linea fu poi riadattata dalle Forze dell’Asse con un vallo anticarro e casematte tra loro collegate da gallerie e cannoni. Nel marzo 1943, gli inglesi sfondarono questo fronte ed avanzarono. Un interessante Museo ci aiuta a conoscere meglio queste vicende storiche. Si percorre la strada che segue la costa fino a Gabes un nome dato dagli arabi alla città di “Takapitanus” com’era stata chiamata dai romani dopo che avevano vinto Cartagine. Oggi vi sono raffinerie petrolifere, industrie e la pesca. Si continua a salire seguendo la costa arrivando a Sfax, una città portuale.

Prima di giungere a Sfax, sul mare, accanto a grandi saline, c’è la città romana di Thina con resti architettonici in parte ancora da scavare. Nelle vicine saline proliferano numerosi uccelli tra cui diverse specie di trampolieri. In un centinaio di chilometri si arriva a El Jem, la romana Thysdrus. Nel II° secolo d.C. la città divenne importante per l’olio di oliva che veniva esportato. Nel III secolo d.C. fu costruito il grande anfiteatro che arrivava ad ospitare 35.000 spettatori e secondo solo al Colosseo di Roma. Nel VII° secolo gli arabi iniziarono a demolirne una parte per costruire l’enorme moschea di Qayrawan (l’attuale Kairouan). Da El Jem imbocchiamo la strada che ci porterà a Kairouan che avevamo già visitata alcuni anni fa. Tipico traffico caotico tunisino per attraversare il centro cittadino passando sotto gli alti bastioni della medina. La città riuscì a debellare le forze berbere che poi si convertirono all’Islam. Procedendo verso Siliana entriamo nel Parco Nazionale Djebel Serj. Non è amplissimo, ma offre un bel paesaggio boscoso con una fauna interessante come l’aquila reale, sciacalli, volpi e la gazzella di Cuvier rara e da poco introdotta. Nella boscaglia questi animali hanno trovato il loro habitat in mezzo ai pini di Aleppo, quercia spinosa e aceri, tanto per fare degli esempi.

Il nostro “tour” prosegue verso un’altra gemma archeologica della Tunisia: Tuburbo Maius. Questo sito resta a poche decine di chilometri da Tunisi, ma il nostro girovagare ci riporterà più lontano. Come le altre città era stata fondata dai punici, ma nel 27 a.C. l’Imperatore Augusto la consegnò ai suoi veterani come ricompensa per l’impegno militare da loro profuso. Tuburbo divenne un grande centro per la produzione del grano, delle olive e della frutta. Gli scavi devono ancora essere completati. Verso il tramonto i resti di queste antiche città assumono un fascino indicibile. Con una lunga traversata verso nord-est si arriva all’ultimo importante sito archeologico: Bulla Regia. In origine fu berbera e poi punica come si evince da quanto mostra la necropoli megalitica. Nel 156 a.C. fu capitale del Regno di Massinissa (da cui l’appellativo “Regia”) per poi alla fine diventare romana nel 46 a. C. Una delle peculiarità di questa città sono senz’altro le “ville sotterranee”. Infatti, per meglio sopportare il grande caldo estivo e le temperature invernali, furono costruite le abitazioni più importanti, oltre che in superficie, anche al di sotto di queste ugualmente curate nei dettagli architettonici compresi splendidi mosaici. In altri termini gli architetti seppero sfruttare al meglio il noto “effetto cantina”. Da Bulla Regia, in poco tempo, si arriva a Tabarka sul mare, una città portuale dove le navi potevano trovare un sicuro rifugio. Nell’XI secolo i Pisani avendo combattuto contro i Saraceni ricevettero in dono, dal Bey di Tunisi, l’isola di Tabarka con tutti i privilegi legati alla pesca del corallo qui ancora presente nei fondali. Ancora oggi domina il golfo, l’imponente rocca costruita dai genovesi che ebbero il controllo del sito dal 1542 al 1742. In un paesaggio costiero, con vegetazione tipicamente mediterranea e con foreste di querce da sughero, si attraversa la caotica Bizerta, per arrivare a Tunisi dopo 4000 km percorsi in un mese di viaggio. Il nostro Grand Tour finirà con lo sbarco a Civitavecchia.

Testo/ Giuseppe Rivalta – Carla Ferraresi – foto Carla Ferraresi- Foto d’apertura Tavola di Giugurta . I camper e l’auto della scorta della polizia – Foto G. Rivalta
